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- Roma – Domenica 27 Settembre 2026
Il Tribunale di Roma condanna il Centro Studi Comunicare l’Impresa a restituire oltre 36.000 euro alla Fondazione Italia USA per appropriazione indebita. Intervista con il professor Corrado Maria Daclon, segretario generale della Fondazione Italia USA.
di Giorgio Neri
Professore, può spiegarci brevemente cosa è successo e da dove si arriva a questa sentenza del Tribunale di Roma?
“Il Tribunale di Roma ha condannato il Centro Studi Comunicare l’Impresa di Bari, marchio della cooperativa Procom, a restituire alla Fondazione Italia USA un ingente ammontare di quote associative della Fondazione, oltre 36.000 euro, incassate dal Centro Studi nel 2020 e 2021 nell’ambito delle immatricolazioni ad un master da loro erogato con il patrocinio della Fondazione, e indebitamente e immotivatamente trattenute”.
Ma da dove trae origine questa sentenza?
“Se qualcuno gestisce temporaneamente delle nostre quote associative che abbiamo incaricato di incassare, e decide di tenersele per sé, commette ovviamente una illegalità. La Fondazione Italia USA aveva avviato un contenzioso giudiziario con il Centro Studi Comunicare l’Impresa annullando per gravissime inadempienze il contratto che prevedeva una collaborazione relativa a un master, e già a suo tempo il Tribunale di Roma aveva prontamente emesso un decreto ingiuntivo, n. 708/2022, nei confronti del Centro Studi Comunicare l’Impresa ordinando la corresponsione delle quote associative della Fondazione da loro illegalmente trattenute. Erano seguite da parte di questa cooperativa pretestuose opposizioni e dilazioni, fino al 17 giugno scorso quando il giudice Paolo Goggi dell’undicesima sessione civile del Tribunale di Roma ha posto la parola fine rigettando integralmente tutte le opposizioni avanzate e condannando il Centro Studi anche al pagamento delle spese legali e di giudizio”.
Avete compreso le ragioni di questo comportamento consistente nell’appropriarsi illecitamente delle quote associative che appartenevano alla Fondazione?
“Francamente no. Il motivo addotto con sprezzo del ridicolo, anche negli atti del processo, è che la Fondazione dalla primavera del 2020 aveva interrotto l’organizzazione a Roma delle cerimonie di premiazione degli studenti vincitori delle nostre borse di studio, a cui partecipavano alcuni studenti del loro master. Per questo, per una contorsione mentale difficilmente comprensibile, le nostre quote associative non ci sarebbero state restituite. Cosa avessero a che fare le quote associative con le cerimonie degli studenti è difficile comprenderlo. Peccato poi che proprio dalla primavera 2020 si era in pieno lockdown sanitario per il Covid, con divieto persino di lasciare la propria abitazione. Come avremmo fatto a organizzare cerimonie con 300 persone provenienti da tutta Italia e stipate in una sala, con la zona rossa decisa dal governo e il lockdown che impediva non solo riunioni ma anche spostamenti? Per fortuna che hanno scritto questi vaneggiamenti negli atti e il giudice ha subito ben compreso la situazione”.
E dopo il Covid?
“Dopo il Covid le nostre cerimonie sono riprese, i nostri legali hanno richiesto al Centro Studi gli elenchi degli studenti da premiare ma si sono rifiutati di consegnarli. Abbiamo dovuto fare appelli sui social per rintracciarli tutti e per poterli premiare. Credo che gli studenti stiano pensando per questo a una class action, ma non saprei essere più preciso perché è una cosa seguita dall’Associazione Alumni che è una struttura indipendente dalla Fondazione”.
Voi siete una fondazione nota e prestigiosa, e questo Centro Studi invece di cosa si occupa?
“La Fondazione Italia USA è una istituzione internazionale di cui fanno parte oltre 120 personalità tra i più importanti protagonisti del mondo della cultura, della diplomazia, del giornalismo, dell’arte, dell’imprenditoria, della moda, della scienza, diversi premi Nobel ed oltre 30 parlamentari di varie posizioni politiche. Questo Centro Studi è il marchio di una cooperativa che ha sede in un appartamento a Bari. Una cooperativa direi di natura familiare in quanto i tre soci sono due coniugi, dei quali non si conosce neppure il titolo di studio, e un loro collaboratore”.
Che riflessione porta questa esperienza?
“Appropriarsi illecitamente di quote associative di studenti riscosse in nome e per conto di una Fondazione no-profit, oltre ovviamente ad essere un comportamento illegale come confermato dal Tribunale di Roma, rappresenta anche uno spunto di riflessione sull’etica dell’operato di società cooperative come queste che, proprio verso i giovani, dovrebbero assumere una condotta ispirata a correttezza e rispetto delle regole e delle norme di legge”.
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