Andrea Crisanti: «Le proposte per gli italiani all’estero nascono dai loro bisogni»
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  • Roma – Sabato 26 Settembre 2026

Il senatore eletto nella circoscrizione Europa ripercorre la carriera tra Italia e università straniere, lo studio condotto a Vo’ durante la pandemia e il ruolo dell’informazione scientifica.


di Demetrio Crucitti

Dalle lettere inviate alle università straniere con i francobolli comprati grazie a un regalo dello zio, fino ai disegni di legge per gli italiani residenti all’estero: Andrea Crisanti ripercorre le tappe della sua vita professionale e pubblica. Il medico e ricercatore parla delle difficoltà incontrate all’inizio della carriera in Italia, del lavoro svolto durante il Covid-19, della divulgazione scientifica e del rapporto che un parlamentare deve mantenere con le persone che rappresenta.

Quali difficoltà ha incontrato in Italia prima di costruire la sua carriera internazionale?

«Dopo la laurea in Medicina, ottenuta con risultati brillanti, devo ammettere che ho avuto problemi a essere ammesso alle scuole di specializzazione italiane. Forse perché, usando un eufemismo, non appartenevo alle cosiddette reti accademiche familiari.»

Che cosa rappresentarono le 600mila lire investite in francobolli?

«Fu proprio un investimento per la mia futura vita professionale. Mio zio mi fece un regalo di 600mila lire. A quei tempi Internet non esisteva e, con quelle risorse, comprai francobolli per inviare il mio curriculum alle principali università straniere. La posta ordinaria era d’obbligo: non c’erano ancora le opportunità offerte dalla posta elettronica.

Superai l’abilitazione per esercitare la professione di medico negli Stati Uniti, ma poi, per ragioni familiari, scelsi Basilea. Lì, nel 1983, ottenni inizialmente un periodo di studio e successivamente un dottorato in immunologia. Dopo il dottorato e alcune pubblicazioni su riviste importanti, proseguii a Heidelberg e all’Imperial College, dove divenni professore ordinario nel 2001 e realizzai importanti studi nel campo della genetica.

Poi arrivò la chiamata dell’Università di Padova: fui chiamato per chiara fama e mi venne affidata la direzione del Dipartimento di Medicina sperimentale, con responsabilità in ambito diagnostico e infettivologico.»

Qual è stato il suo contributo alla gestione del Covid-19?

«Devo premettere che, prima dell’esplosione dell’epidemia in Italia, il gruppo di Padova aveva segnalato alle autorità sanitarie la necessità di prepararsi e disponeva di un test diagnostico. Il test fu offerto gratuitamente alle persone rientrate dalla Cina, ma l’iniziativa venne sospesa dopo una comunicazione regionale che ne contestava l’autorizzazione. La motivazione era il rischio di danno erariale.

In seguito al primo caso individuato nell’area di Schiavonia, in provincia di Padova, vennero testati l’ospedale e gli abitanti di Vo’, creando una situazione epidemiologica particolarmente significativa. Proposi allora di ripetere l’indagine dopo quindici giorni. Grazie alla fattiva e diretta collaborazione con il presidente della Regione Veneto, Luca Zaia, fu possibile effettuare un nuovo rilevamento.

Lo studio indicò che quarantena e isolamento potevano interrompere la trasmissione, che una quota rilevante dei contagiati era asintomatica o presentava sintomi lievi e che i bambini risultavano più resistenti all’infezione. Questo lavoro fu pubblicato suNaturee contribuì a ispirare strategie di controllo adottate anche in altri Paesi, come Australia, Singapore e Nuova Zelanda, prima dell’introduzione dei vaccini.»

Lei dedica molta attenzione alla divulgazione scientifica. Qual è il suo punto di vista sull’informazione scientifica e sulla responsabilità dei media?

«Il problema non consiste nel fatto che gli esperti dissentano: il confronto è una parte normale e positiva del progresso scientifico. La difficoltà nasce quando opinioni diverse vengono diffuse al pubblico senza spiegare il grado di incertezza, il contesto e le evidenze disponibili.

Durante il Covid-19, la carenza di giornalisti e redazioni scientifiche nelle testate italiane avrebbe reso difficile filtrare e interpretare correttamente questioni tecniche complesse. Ritengo che quanto è accaduto sottolinei l’importanza di una comunicazione che unisca informazione ed educazione, anche recuperando programmi culturali e divulgativi più approfonditi rispetto all’attuale prevalenza dell’intrattenimento.»

Veniamo al suo impegno politico per gli italiani all’estero. Come considera il dialogo parlamentare e il rapporto con il territorio?

«Mi sono interessato alla politica dopo la carriera scientifica. Considero l’impegno pubblico un dovere per chi ha competenze o idee da offrire. Tra maggioranza e opposizione ci sono sempre contrasti: è normale in una democrazia. L’importante è proporre disegni di legge alternativi e mantenere un rapporto diretto con il territorio, per raccontare quanto è stato fatto e raccogliere i bisogni delle persone.

Posso indicare, come esempi del lavoro svolto in questa legislatura da senatore eletto nella circoscrizione Estero Europa, cinque disegni di legge: il primo contiene disposizioni per favorire il diritto di voto alle elezioni dei membri del Parlamento europeo spettanti all’Italia per i cittadini italiani residenti nella Confederazione Elvetica e nel Regno Unito; il secondo riguarda il riconoscimento del titolo di dottore di ricerca conseguito in università non italiane; il terzo propone l’istituzione del difensore civico degli italiani residenti all’estero; il quarto l’istituzione di scuole statali all’estero nella città di Londra e nella Repubblica federale di Germania; il quinto contiene disposizioni in materia di TARI per i cittadini residenti all’estero.

Tengo a precisare che non si tratta di una semplice passerella: tutte queste proposte sono il risultato di analisi e studi sui bisogni degli italiani nel mondo.»

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