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Libertà di stampa, giornalisti 2.0 esprime solidarietà a Giammarco Chiocci
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Minacce alla giornalista Paola Polidoro, la solidarietà di Giornalisti 2.0: "Difendere...
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Giornalisti 2.0 ricorda Ettore Guastalla: "Con lui scompare un galantuomo del...
Giornata internazionale della donna : Giornalisti 2.0 ricevuti al Garante della Privacy
(Foto G. Leanza) Giornata internazionale della donna : Giornalisti 2.0 ricevuti al...
Il Santo Padre ha incontrato Giornalisti 2.0
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Giornalisti 2.0 incontro a Palazzo Chigi sulle Radio Libere. “Un patrimonio democratico, ora una nuova stagione di riforme per l’informazione”
Giornalisti 2.0 incontro a Palazzo Chigi sulle Radio Libere. "Un patrimonio democratico,...
Formazione triennio 2023-2025 per inadempienti. Riapertura dei termini per la temporanea partecipazione ai corsi on demand
La riapertura ai corsi on demand del CNOG sarà dal 1° al 28 febbraio 2026 L’esecutivo...
Premio Stampa d’Eccellenza – Associazione Giornalisti 2.0: Roma ha celebrato le grandi firme della stampa italiana
Nella cornice dell’Associazione della Stampa Estera in Italia, a Palazzo Grazioli,si è...
Nasce il Premio “Stampa d’Eccellenza – Giornalisti 2.0”: qualità, innovazione e nuove voci al centro del giornalismo italiano
La prima edizione del premio istituito dall’Associazione Giornalisti 2.0 intende...
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È morto Pino Di Salvo, una vita tra Rai e formazione dei giovani giornalisti
Giornalisti 2.0 ricorda il giornalista radiotelevisivo, docente e storico tutor del Master della LUMSA: una carriera segnata dal rigore professionale, dalla passione per l’informazione e dall’impegno nel trasmettere il mestiere alle nuove generazioni. L’associazione...
Addio a Massimiliano Cencelli, l’uomo che trasformò gli equilibri della politica in una formula
Prima Notizia 24 Roma – Domenica 9 Agosto 2026 Morto a Roma a 90 anni lo storico funzionario della Democrazia Cristiana. Il suo nome è diventato un’espressione del linguaggio politico italiano: il “Manuale Cencelli”, nato per misurare il peso delle correnti e distribuire gli incarichi, è sopravvissuto alla Prima Repubblica e ai partiti che lo avevano generato. di Andrea Valenti È morto a Roma, all’età di 90 anni, Massimiliano Cencelli, storico funzionario della Democrazia Cristiana e soprattutto padre di quel “Manuale Cencelli” che, da semplice metodo per regolare i delicatissimi equilibri interni dello Scudo crociato, sarebbe diventato una delle espressioni più longeve e popolari del vocabolario politico italiano. Cencelli si è spento nel pomeriggio di sabato 8 agosto. Con lui scompare un testimone particolare della Prima Repubblica: non uno dei grandi leader che occupavano quotidianamente le prime pagine dei giornali, ma un uomo dell’apparato che aveva imparato a conoscere dall’interno la complessa geografia delle correnti democristiane e soprattutto il peso che ciascuna di esse esercitava nella distribuzione degli incarichi. Il paradosso è che Massimiliano Cencelli è diventato probabilmente più famoso di molti ministri, sottosegretari e dirigenti politici ai quali il metodo associato al suo nome contribuiva ad assegnare una casella. Il “Manuale” nacque infatti dall’esigenza di trovare un criterio capace di tradurre i rapporti di forza politici in una distribuzione proporzionale degli incarichi. Una sorta di matematica applicata alla politica: se una corrente rappresentava una determinata percentuale del partito, quella forza doveva trovare una corrispondenza nel numero e soprattutto nell’importanza delle posizioni attribuitele. Ministeri, sottosegretariati, presidenze, incarichi negli enti e nelle strutture pubbliche: ogni casella aveva idealmente un proprio peso. E la somma doveva rispettare gli equilibri tra le diverse anime di una Democrazia Cristiana che, dietro l’immagine del grande partito unitario, viveva attraverso correnti organizzate e leadership spesso in competizione tra loro. Cencelli, iscritto alla Dc fin dal 1954, lavorò nell’apparato del partito e fu, tra l’altro, vicino ad Adolfo Sarti, del quale fu segretario. Successivamente collaborò anche con Nicola Mancino. La sua conoscenza dei meccanismi interni della Balena Bianca gli consentì di elaborare quel sistema destinato a legare per sempre il suo cognome alla storia politica italiana. Eppure il “Manuale Cencelli” non fu mai semplicemente un libro delle spartizioni, almeno nell’intenzione originaria del suo ideatore. Era piuttosto il tentativo di mettere ordine in un sistema nel quale il riconoscimento del peso delle diverse componenti serviva anche a impedire che una corrente potesse sentirsi esclusa dalla gestione del partito e delle istituzioni. Con il passare degli anni, però, l’espressione assunse un significato molto più ampio, spesso ironico e quasi sempre critico. “Applicare il Manuale Cencelli” divenne sinonimo di divisione delle poltrone, di ricerca dell’equilibrio tra partiti, territori e correnti, talvolta contrapponendo la rappresentanza politica al criterio del merito. La Dc è scomparsa, la Prima Repubblica è finita, sono cambiate le leggi elettorali, i simboli, le coalizioni e persino il modo di comunicare la politica. Il “Manuale Cencelli”, invece, è rimasto. Ancora oggi il suo nome riappare puntualmente quando nasce un governo, si compone una giunta, vengono distribuite presidenze di commissione o devono essere individuati i vertici di enti e società pubbliche. È diventato una categoria politica prima ancora che un metodo. Ed è forse questa la parte più singolare dell’eredità lasciata da Massimiliano Cencelli: avere inventato un’espressione capace di sopravvivere al mondo per il quale era stata concepita. Dietro quella formula c’era una politica molto diversa da quella contemporanea. Una politica fatta di sezioni, congressi, tessere, correnti, lunghissime riunioni e rapporti di forza misurati quasi scientificamente. Un sistema certamente discutibile e discusso, ma nel quale ogni equilibrio aveva una propria grammatica. Cencelli quella grammatica provò semplicemente a trasformarla in numeri. Il risultato fu talmente efficace che il suo cognome smise progressivamente di appartenere soltanto a una persona per trasformarsi in un concetto. Pochissimi protagonisti della politica italiana possono vantare, nel bene o nel male, una simile permanenza nel linguaggio collettivo. Massimiliano Cencelli è morto a novant’anni. Il suo “Manuale”, invece, continua a riaffacciarsi nella cronaca politica italiana ogni volta che qualcuno deve risolvere l’antico problema del potere: chi deve avere cosa e quanto deve pesare ciascuno nella distribuzione degli incarichi. Cambiano i partiti e cambiano le Repubbliche. Ma, almeno nel lessico della politica italiana, il Cencelli sembra non andare mai definitivamente in pensione. RIPRODUZIONE RISERVATA © Copyright Prima Notizia 24
Addio a Pino Di Salvo, maestro del giornalismo radiotelevisivo. Il cordoglio di Giornalisti 2.0
Prima Notizia 24 Roma – Domenica 9 Agosto 2026 L’associazione Giornalisti 2.0 esprime cordoglio per la scomparsa di Pino Di Salvo, stimato giornalista e docente, ricordato per il suo contributo al settore. di Redazione L’associazione Giornalisti 2.0 partecipa al lutto della famiglia e degli amici per la morte del giornalista radiotelevisivo Pino Di Salvo, che si è spento dopo una lunghissima e prestigiosa carriera in RAI e molti anni di insegnamento universitario. Pino ci ha lasciato stamattina, in punta di piedi, con ironia e leggerezza, attraverso un SMS che dice così: “Con la mia Grazia e con Valentino, Martino, Giacomina, Caterina, Agnese, Cecilia, Pietro, e con Paola e Roberto vi comunico che questa notte sono arrivato alla fine della mia vita. Amen”. Di Salvo ha pubblicato, con Carocci editore, anche un saggio importante – Il giornalismo televisivo- uno studio che si propone di accompagnare l’aspirante giornalista, ma anche il telespettatore, dentro le stanze dei bottoni di un Tg per descrivere l’organizzazione e svelarne pregi e difetti. Un’osservazione in presa diretta della cosiddetta “fabbrica delle notizie televisive” e un modo per comprenderne i meccanismi. Andato in pensione, Pino Di Salvo è stato anche un tutor, un grande maestro di teoria e la pratica del giornalismo radiotelevisivo, affiancando prima Roberto Seghetti e poi Cesare Protettì nella guida del Master di Giornalismo della LUMSA. Era uno dei tutor più amati e apprezzati. Ha scritto di lui Seghetti: “Era un uomo probo, un giornalista bravissimo, un insegnante generoso, un compagno di viaggio in diversi momenti. Nel sindacato dei giornalisti e nelle battaglie per il rigore nella professione è stato sempre un punto di riferimento“. Le esequie di Pino Di Salvo si terranno martedì 11 agosto alle 12, nella cripta della chiesa di San Pio X in piazza della Balduina a Roma. Pino Di Salvo, aveva 90 anni. Era nato a Chieri vicino a Torino, dove si era laureato. Dopo un intenso impegno politico negli organismi universitari e poi a livello di amministrazione comunale decise di dedicarsi al giornalismo. Dopo il praticantato al quotidiano torinese La Stampa, venne chiamato a Milano al quotidiano cattolico L’Italia direttamente dal direttore Giuseppe Lazzati, Rettore dell’Università cattolica. Lazzati fu uno dei Padri costituenti che con Dossetti, La Pira e altri contribuì a scrivere la nostra Costituzione, innervata di valori etici, sociali, civili e democratici propri della dottrina sociale della Chiesa. Passò poi a Avvenire e negli anni ’70 si trasferì con la famiglia a Roma lavorando al settimanale Settegiorni, che ebbe un ruolo importante nell’editoria italiana dando voce alla sinistra democristiana e al movimento dei Cattolici democratici. Negli anni ’70-’90 fu inviato speciale della Rai lavorando per il TG2 ma anche per il Giornale Radio sui temi della politica economica e poi sui più importanti eventi internazionali con lunghi soggiorni all’estero dagli Stati Uniti all’Estremo Oriente, in particolare a Tokyo. Dal 1994 al 1996 fu vaticanista e seguì i viaggi di Giovanni Paolo II. Fu anche direttore responsabile della rivista Politica Internazionale. Lascia la moglie Maria Grazia Boccaccio i figli Valentino Martino e Giacomina, i nipoti Caterina, Agnese, Cecilia e Pietro, la nuora Paola e il genero Roberto. Una famiglia unita, che nelle vacanze si trovava spesso insieme nelle Alpi torinesi a cavallo tra Italia e Francia. (Nella foto: Pino di Salvo davanti alla consolle del laboratorio radiotelevisivo della LUMSA nel 2012) RIPRODUZIONE RISERVATA © Copyright Prima Notizia 24
La guerra contro il cristianesimo
Prima Notizia 24 Roma – Sabato 8 Agosto 2026 La vittoria del male si manifesta nel rinnegare le radici culturali. La storia dell’Occidente evidenzia il conflitto tra cristianesimo e ideologie totalitarie, ponendo interrogativi sull’identità e la dignità umana. di Massimo Fioranelli «La più grande vittoria del male non consiste nel distruggere una civiltà con la forza, ma nel convincerla a rinnegare le proprie radici.» Ci sono guerre che lasciano macerie visibili e guerre che non fanno rumore. Le prime distruggono città, le seconde cambiano la coscienza degli uomini. Sono spesso le più profonde, perché non conquistano territori, ma idee. La storia dell’Occidente può essere letta anche attraverso questa lente. Da oltre due millenni il cristianesimo non rappresenta soltanto una religione, ma una concezione dell’uomo, della libertà e della società. La sua forza non risiede esclusivamente nella dimensione spirituale, bensì nell’aver introdotto un principio rivoluzionario: ogni uomo possiede una dignità intrinseca che precede qualsiasi potere politico, economico o militare. È probabilmente questa concezione dell’uomo che, ancora oggi, rende il cristianesimo oggetto di un confronto culturale così intenso. Nei primi tre secoli la Chiesa fu combattuta apertamente. Le persecuzioni romane cercavano di eliminare fisicamente i cristiani perché essi rifiutavano di riconoscere allo Stato un’autorità assoluta sulla coscienza. Quando però il cristianesimo divenne il fondamento della civiltà europea, la natura dello scontro cambiò. Non si cercò più soltanto di eliminare i cristiani, si cercò di separare progressivamente la società dalle sue radici cristiane. L’Illuminismo, la Rivoluzione francese, il positivismo ottocentesco ed i totalitarismi del Novecento rappresentano momenti storici profondamente diversi, ma accomunati dall’idea che l’uomo possa costruire un ordine nuovo emancipandosi da qualsiasi riferimento trascendente. La promessa era sempre la stessa: liberare l’uomo, ma la domanda che la storia ci consegna è un’altra: da che cosa? E soprattutto: per diventare che cosa? Ogni progetto politico che aspira a rifondare integralmente la società parte da un presupposto. L’uomo può essere ricostruito. Cambiano le ideologie, cambiano le parole, ma la logica rimane sorprendentemente simile. Prima si mettono in discussione le tradizioni, poi la famiglia, poi l’identità culturale, infine la stessa idea di natura umana. La storia insegna che nessun potere ama l’esistenza di istituzioni capaci di ricordare all’uomo che esiste un’autorità morale superiore allo Stato; per il cristianesimo questa autorità è Dio. Per questo motivo la Chiesa è stata spesso percepita come un limite da ogni forma di potere che aspirasse ad assumere un carattere assoluto. Negli ultimi decenni il mondo ha conosciuto una straordinaria accelerazione dei processi di integrazione economica, tecnologica e culturale. Per alcuni questo rappresenta un progresso inevitabile. Per altri costituisce il rischio di una progressiva omologazione delle culture e delle identità. Questa trasformazione viene interpretata come parte di un progetto politico e culturale più ampio, orientato verso forme di governance sovranazionale e accompagnato da una progressiva marginalizzazione delle radici cristiane dell’Europa. Si tratta della chiave di lettura che attribuisce particolare rilievo anche alle dinamiche interne alla Santa Sede ed al rapporto tra istituzioni europee ed identità cristiana. Indipendentemente dal giudizio che ciascuno può formulare su queste interpretazioni, resta una questione di fondo: può esistere una civiltà senza memoria? Può sopravvivere una cultura che considera le proprie radici un ostacolo anziché una risorsa? La storia della Chiesa non è mai stata lineare, ha conosciuto santi e peccatori, riforme e crisi, splendori e decadenze. Ogni epoca ha avuto le proprie tensioni interne. Le recenti vicende vaticane sono il riflesso di un confronto tra differenti visioni della missione ecclesiale e del rapporto tra Chiesa e poteri contemporanei. Per il credente, tuttavia, la Chiesa rimane qualcosa di più di un’istituzione storica; e’ una comunità che attraversa i secoli portando una concezione dell’uomo fondata sulla persona, sulla libertà e sulla responsabilità. Ed è forse proprio questa concezione a renderla ancora oggi oggetto di un confronto culturale così intenso. L’errore più frequente consiste nel pensare che la battaglia riguardi semplicemente la religione. Non è così. Il vero terreno dello scontro è l’antropologia. Che cos’è l’uomo? È soltanto un individuo autonomo, definito dalle proprie scelte contingenti? Oppure è una persona dotata di una natura, di relazioni, di responsabilità e di una dignità che non dipende dal riconoscimento dello Stato o della società? Da questa risposta discendono conseguenze enormi. Il modo di concepire la famiglia, l’educazione, la bioetica. la medicina, il diritto, la libertà religiosa, perfino il significato della democrazia. Ogni volta che una civiltà ha creduto di poter sostituire completamente le proprie radici con un progetto puramente ideologico, il risultato è stato una progressiva perdita del senso della persona. La tecnica ha continuato a progredire, la scienza ha continuato ad avanzare, l’economia ha continuato a crescere; ma tutto questo non è bastato a rispondere alla domanda fondamentale dell’uomo. Perché esistiamo? Qual è il significato della libertà? Che cosa rende una vita degna di essere vissuta? Sono domande alle quali nessun algoritmo, nessun mercato e nessuna istituzione politica possono rispondere da soli. Forse il problema del nostro tempo non è la globalizzazione. Non è l’intelligenza artificiale. Non è nemmeno la crisi delle istituzioni. Il problema più profondo è il rischio che l’uomo dimentichi chi è. Ogni civiltà può cambiare le proprie leggi, può modificare le proprie strutture economiche, può innovare le proprie tecnologie; ma se perde la propria concezione dell’uomo, finisce inevitabilmente per perdere anche se stessa. Il cristianesimo, al di là della fede personale di ciascuno, ha consegnato all’Occidente un patrimonio antropologico fondato sull’unicità della persona, sulla libertà della coscienza, sulla solidarietà e sulla dignità di ogni essere umano. La domanda che oggi siamo chiamati a porci non è soltanto se il cristianesimo saprà affrontare le sfide del XXI secolo. La domanda è se il XXI secolo saprà conservare quella visione dell’uomo che il cristianesimo ha contribuito, forse più di ogni altra tradizione, a costruire. Perché le civiltà raramente muoiono quando vengono conquistate. Più spesso scompaiono quando smettono di credere nelle ragioni profonde della propria esistenza. RIPRODUZIONE RISERVATA © Copyright Prima Notizia 24
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È morto Pino Di Salvo, una vita tra Rai e formazione dei giovani giornalisti
Giornalisti 2.0 ricorda il giornalista radiotelevisivo, docente e storico tutor del Master della LUMSA: una carriera segnata dal rigore professionale, dalla passione per l’informazione e dall’impegno nel trasmettere il mestiere alle nuove generazioni. L’associazione...
Addio a Massimiliano Cencelli, l’uomo che trasformò gli equilibri della politica in una formula
Prima Notizia 24 Roma – Domenica 9 Agosto 2026 Morto a Roma a 90 anni lo storico funzionario della Democrazia Cristiana. Il suo nome è diventato un’espressione del linguaggio politico italiano: il “Manuale Cencelli”, nato per misurare il peso delle correnti e distribuire gli incarichi, è sopravvissuto alla Prima Repubblica e ai partiti che lo avevano generato. di Andrea Valenti È morto a Roma, all’età di 90 anni, Massimiliano Cencelli, storico funzionario della Democrazia Cristiana e soprattutto padre di quel “Manuale Cencelli” che, da semplice metodo per regolare i delicatissimi equilibri interni dello Scudo crociato, sarebbe diventato una delle espressioni più longeve e popolari del vocabolario politico italiano. Cencelli si è spento nel pomeriggio di sabato 8 agosto. Con lui scompare un testimone particolare della Prima Repubblica: non uno dei grandi leader che occupavano quotidianamente le prime pagine dei giornali, ma un uomo dell’apparato che aveva imparato a conoscere dall’interno la complessa geografia delle correnti democristiane e soprattutto il peso che ciascuna di esse esercitava nella distribuzione degli incarichi. Il paradosso è che Massimiliano Cencelli è diventato probabilmente più famoso di molti ministri, sottosegretari e dirigenti politici ai quali il metodo associato al suo nome contribuiva ad assegnare una casella. Il “Manuale” nacque infatti dall’esigenza di trovare un criterio capace di tradurre i rapporti di forza politici in una distribuzione proporzionale degli incarichi. Una sorta di matematica applicata alla politica: se una corrente rappresentava una determinata percentuale del partito, quella forza doveva trovare una corrispondenza nel numero e soprattutto nell’importanza delle posizioni attribuitele. Ministeri, sottosegretariati, presidenze, incarichi negli enti e nelle strutture pubbliche: ogni casella aveva idealmente un proprio peso. E la somma doveva rispettare gli equilibri tra le diverse anime di una Democrazia Cristiana che, dietro l’immagine del grande partito unitario, viveva attraverso correnti organizzate e leadership spesso in competizione tra loro. Cencelli, iscritto alla Dc fin dal 1954, lavorò nell’apparato del partito e fu, tra l’altro, vicino ad Adolfo Sarti, del quale fu segretario. Successivamente collaborò anche con Nicola Mancino. La sua conoscenza dei meccanismi interni della Balena Bianca gli consentì di elaborare quel sistema destinato a legare per sempre il suo cognome alla storia politica italiana. Eppure il “Manuale Cencelli” non fu mai semplicemente un libro delle spartizioni, almeno nell’intenzione originaria del suo ideatore. Era piuttosto il tentativo di mettere ordine in un sistema nel quale il riconoscimento del peso delle diverse componenti serviva anche a impedire che una corrente potesse sentirsi esclusa dalla gestione del partito e delle istituzioni. Con il passare degli anni, però, l’espressione assunse un significato molto più ampio, spesso ironico e quasi sempre critico. “Applicare il Manuale Cencelli” divenne sinonimo di divisione delle poltrone, di ricerca dell’equilibrio tra partiti, territori e correnti, talvolta contrapponendo la rappresentanza politica al criterio del merito. La Dc è scomparsa, la Prima Repubblica è finita, sono cambiate le leggi elettorali, i simboli, le coalizioni e persino il modo di comunicare la politica. Il “Manuale Cencelli”, invece, è rimasto. Ancora oggi il suo nome riappare puntualmente quando nasce un governo, si compone una giunta, vengono distribuite presidenze di commissione o devono essere individuati i vertici di enti e società pubbliche. È diventato una categoria politica prima ancora che un metodo. Ed è forse questa la parte più singolare dell’eredità lasciata da Massimiliano Cencelli: avere inventato un’espressione capace di sopravvivere al mondo per il quale era stata concepita. Dietro quella formula c’era una politica molto diversa da quella contemporanea. Una politica fatta di sezioni, congressi, tessere, correnti, lunghissime riunioni e rapporti di forza misurati quasi scientificamente. Un sistema certamente discutibile e discusso, ma nel quale ogni equilibrio aveva una propria grammatica. Cencelli quella grammatica provò semplicemente a trasformarla in numeri. Il risultato fu talmente efficace che il suo cognome smise progressivamente di appartenere soltanto a una persona per trasformarsi in un concetto. Pochissimi protagonisti della politica italiana possono vantare, nel bene o nel male, una simile permanenza nel linguaggio collettivo. Massimiliano Cencelli è morto a novant’anni. Il suo “Manuale”, invece, continua a riaffacciarsi nella cronaca politica italiana ogni volta che qualcuno deve risolvere l’antico problema del potere: chi deve avere cosa e quanto deve pesare ciascuno nella distribuzione degli incarichi. Cambiano i partiti e cambiano le Repubbliche. Ma, almeno nel lessico della politica italiana, il Cencelli sembra non andare mai definitivamente in pensione. RIPRODUZIONE RISERVATA © Copyright Prima Notizia 24
Addio a Pino Di Salvo, maestro del giornalismo radiotelevisivo. Il cordoglio di Giornalisti 2.0
Prima Notizia 24 Roma – Domenica 9 Agosto 2026 L’associazione Giornalisti 2.0 esprime cordoglio per la scomparsa di Pino Di Salvo, stimato giornalista e docente, ricordato per il suo contributo al settore. di Redazione L’associazione Giornalisti 2.0 partecipa al lutto della famiglia e degli amici per la morte del giornalista radiotelevisivo Pino Di Salvo, che si è spento dopo una lunghissima e prestigiosa carriera in RAI e molti anni di insegnamento universitario. Pino ci ha lasciato stamattina, in punta di piedi, con ironia e leggerezza, attraverso un SMS che dice così: “Con la mia Grazia e con Valentino, Martino, Giacomina, Caterina, Agnese, Cecilia, Pietro, e con Paola e Roberto vi comunico che questa notte sono arrivato alla fine della mia vita. Amen”. Di Salvo ha pubblicato, con Carocci editore, anche un saggio importante – Il giornalismo televisivo- uno studio che si propone di accompagnare l’aspirante giornalista, ma anche il telespettatore, dentro le stanze dei bottoni di un Tg per descrivere l’organizzazione e svelarne pregi e difetti. Un’osservazione in presa diretta della cosiddetta “fabbrica delle notizie televisive” e un modo per comprenderne i meccanismi. Andato in pensione, Pino Di Salvo è stato anche un tutor, un grande maestro di teoria e la pratica del giornalismo radiotelevisivo, affiancando prima Roberto Seghetti e poi Cesare Protettì nella guida del Master di Giornalismo della LUMSA. Era uno dei tutor più amati e apprezzati. Ha scritto di lui Seghetti: “Era un uomo probo, un giornalista bravissimo, un insegnante generoso, un compagno di viaggio in diversi momenti. Nel sindacato dei giornalisti e nelle battaglie per il rigore nella professione è stato sempre un punto di riferimento“. Le esequie di Pino Di Salvo si terranno martedì 11 agosto alle 12, nella cripta della chiesa di San Pio X in piazza della Balduina a Roma. Pino Di Salvo, aveva 90 anni. Era nato a Chieri vicino a Torino, dove si era laureato. Dopo un intenso impegno politico negli organismi universitari e poi a livello di amministrazione comunale decise di dedicarsi al giornalismo. Dopo il praticantato al quotidiano torinese La Stampa, venne chiamato a Milano al quotidiano cattolico L’Italia direttamente dal direttore Giuseppe Lazzati, Rettore dell’Università cattolica. Lazzati fu uno dei Padri costituenti che con Dossetti, La Pira e altri contribuì a scrivere la nostra Costituzione, innervata di valori etici, sociali, civili e democratici propri della dottrina sociale della Chiesa. Passò poi a Avvenire e negli anni ’70 si trasferì con la famiglia a Roma lavorando al settimanale Settegiorni, che ebbe un ruolo importante nell’editoria italiana dando voce alla sinistra democristiana e al movimento dei Cattolici democratici. Negli anni ’70-’90 fu inviato speciale della Rai lavorando per il TG2 ma anche per il Giornale Radio sui temi della politica economica e poi sui più importanti eventi internazionali con lunghi soggiorni all’estero dagli Stati Uniti all’Estremo Oriente, in particolare a Tokyo. Dal 1994 al 1996 fu vaticanista e seguì i viaggi di Giovanni Paolo II. Fu anche direttore responsabile della rivista Politica Internazionale. Lascia la moglie Maria Grazia Boccaccio i figli Valentino Martino e Giacomina, i nipoti Caterina, Agnese, Cecilia e Pietro, la nuora Paola e il genero Roberto. Una famiglia unita, che nelle vacanze si trovava spesso insieme nelle Alpi torinesi a cavallo tra Italia e Francia. (Nella foto: Pino di Salvo davanti alla consolle del laboratorio radiotelevisivo della LUMSA nel 2012) RIPRODUZIONE RISERVATA © Copyright Prima Notizia 24
La guerra contro il cristianesimo
Prima Notizia 24 Roma – Sabato 8 Agosto 2026 La vittoria del male si manifesta nel rinnegare le radici culturali. La storia dell’Occidente evidenzia il conflitto tra cristianesimo e ideologie totalitarie, ponendo interrogativi sull’identità e la dignità umana. di Massimo Fioranelli «La più grande vittoria del male non consiste nel distruggere una civiltà con la forza, ma nel convincerla a rinnegare le proprie radici.» Ci sono guerre che lasciano macerie visibili e guerre che non fanno rumore. Le prime distruggono città, le seconde cambiano la coscienza degli uomini. Sono spesso le più profonde, perché non conquistano territori, ma idee. La storia dell’Occidente può essere letta anche attraverso questa lente. Da oltre due millenni il cristianesimo non rappresenta soltanto una religione, ma una concezione dell’uomo, della libertà e della società. La sua forza non risiede esclusivamente nella dimensione spirituale, bensì nell’aver introdotto un principio rivoluzionario: ogni uomo possiede una dignità intrinseca che precede qualsiasi potere politico, economico o militare. È probabilmente questa concezione dell’uomo che, ancora oggi, rende il cristianesimo oggetto di un confronto culturale così intenso. Nei primi tre secoli la Chiesa fu combattuta apertamente. Le persecuzioni romane cercavano di eliminare fisicamente i cristiani perché essi rifiutavano di riconoscere allo Stato un’autorità assoluta sulla coscienza. Quando però il cristianesimo divenne il fondamento della civiltà europea, la natura dello scontro cambiò. Non si cercò più soltanto di eliminare i cristiani, si cercò di separare progressivamente la società dalle sue radici cristiane. L’Illuminismo, la Rivoluzione francese, il positivismo ottocentesco ed i totalitarismi del Novecento rappresentano momenti storici profondamente diversi, ma accomunati dall’idea che l’uomo possa costruire un ordine nuovo emancipandosi da qualsiasi riferimento trascendente. La promessa era sempre la stessa: liberare l’uomo, ma la domanda che la storia ci consegna è un’altra: da che cosa? E soprattutto: per diventare che cosa? Ogni progetto politico che aspira a rifondare integralmente la società parte da un presupposto. L’uomo può essere ricostruito. Cambiano le ideologie, cambiano le parole, ma la logica rimane sorprendentemente simile. Prima si mettono in discussione le tradizioni, poi la famiglia, poi l’identità culturale, infine la stessa idea di natura umana. La storia insegna che nessun potere ama l’esistenza di istituzioni capaci di ricordare all’uomo che esiste un’autorità morale superiore allo Stato; per il cristianesimo questa autorità è Dio. Per questo motivo la Chiesa è stata spesso percepita come un limite da ogni forma di potere che aspirasse ad assumere un carattere assoluto. Negli ultimi decenni il mondo ha conosciuto una straordinaria accelerazione dei processi di integrazione economica, tecnologica e culturale. Per alcuni questo rappresenta un progresso inevitabile. Per altri costituisce il rischio di una progressiva omologazione delle culture e delle identità. Questa trasformazione viene interpretata come parte di un progetto politico e culturale più ampio, orientato verso forme di governance sovranazionale e accompagnato da una progressiva marginalizzazione delle radici cristiane dell’Europa. Si tratta della chiave di lettura che attribuisce particolare rilievo anche alle dinamiche interne alla Santa Sede ed al rapporto tra istituzioni europee ed identità cristiana. Indipendentemente dal giudizio che ciascuno può formulare su queste interpretazioni, resta una questione di fondo: può esistere una civiltà senza memoria? Può sopravvivere una cultura che considera le proprie radici un ostacolo anziché una risorsa? La storia della Chiesa non è mai stata lineare, ha conosciuto santi e peccatori, riforme e crisi, splendori e decadenze. Ogni epoca ha avuto le proprie tensioni interne. Le recenti vicende vaticane sono il riflesso di un confronto tra differenti visioni della missione ecclesiale e del rapporto tra Chiesa e poteri contemporanei. Per il credente, tuttavia, la Chiesa rimane qualcosa di più di un’istituzione storica; e’ una comunità che attraversa i secoli portando una concezione dell’uomo fondata sulla persona, sulla libertà e sulla responsabilità. Ed è forse proprio questa concezione a renderla ancora oggi oggetto di un confronto culturale così intenso. L’errore più frequente consiste nel pensare che la battaglia riguardi semplicemente la religione. Non è così. Il vero terreno dello scontro è l’antropologia. Che cos’è l’uomo? È soltanto un individuo autonomo, definito dalle proprie scelte contingenti? Oppure è una persona dotata di una natura, di relazioni, di responsabilità e di una dignità che non dipende dal riconoscimento dello Stato o della società? Da questa risposta discendono conseguenze enormi. Il modo di concepire la famiglia, l’educazione, la bioetica. la medicina, il diritto, la libertà religiosa, perfino il significato della democrazia. Ogni volta che una civiltà ha creduto di poter sostituire completamente le proprie radici con un progetto puramente ideologico, il risultato è stato una progressiva perdita del senso della persona. La tecnica ha continuato a progredire, la scienza ha continuato ad avanzare, l’economia ha continuato a crescere; ma tutto questo non è bastato a rispondere alla domanda fondamentale dell’uomo. Perché esistiamo? Qual è il significato della libertà? Che cosa rende una vita degna di essere vissuta? Sono domande alle quali nessun algoritmo, nessun mercato e nessuna istituzione politica possono rispondere da soli. Forse il problema del nostro tempo non è la globalizzazione. Non è l’intelligenza artificiale. Non è nemmeno la crisi delle istituzioni. Il problema più profondo è il rischio che l’uomo dimentichi chi è. Ogni civiltà può cambiare le proprie leggi, può modificare le proprie strutture economiche, può innovare le proprie tecnologie; ma se perde la propria concezione dell’uomo, finisce inevitabilmente per perdere anche se stessa. Il cristianesimo, al di là della fede personale di ciascuno, ha consegnato all’Occidente un patrimonio antropologico fondato sull’unicità della persona, sulla libertà della coscienza, sulla solidarietà e sulla dignità di ogni essere umano. La domanda che oggi siamo chiamati a porci non è soltanto se il cristianesimo saprà affrontare le sfide del XXI secolo. La domanda è se il XXI secolo saprà conservare quella visione dell’uomo che il cristianesimo ha contribuito, forse più di ogni altra tradizione, a costruire. Perché le civiltà raramente muoiono quando vengono conquistate. Più spesso scompaiono quando smettono di credere nelle ragioni profonde della propria esistenza. RIPRODUZIONE RISERVATA © Copyright Prima Notizia 24
Il Papa in Francia dal 25 al 28 settembre: confermato l’incontro con le vittime di abusi
Prima Notizia 24 Roma – Venerdì 7 Agosto 2026 La Santa Sede ufficializza il programma della visita apostolica di Leone XIV tra Parigi, Metz e il Santuario mariano, dove le opere dell’ex gesuita Marko Rupnik saranno coperte in segno di rispetto. Istituzioni, preghiera e un forte segnale sul fronte della trasparenza e della riparazione: è il senso del viaggio apostolico che Papa Leone XIV compirà in Francia dal 25 al 28 settembre. La Santa Sede ha diffuso il programma ufficiale di una quattro giorni densa di appuntamenti tra Parigi, Metz, Lourdes e Saint-Denis — dove è previsto l’incontro con i giovani allo Stade de France —, articolata in quattordici discorsi, tappe istituzionali all’Eliseo e all’Unesco, momenti di preghiera a Notre Dame e momenti dedicati al dialogo ecumenico e all’accoglienza dei migranti. Tra gli eventi centrali figurano il colloquio con le vittime di violenze da parte del clero, annunciato dalla Sala Stampa vaticana con largo anticipo: “Durante il suo prossimo viaggio apostolico in Francia, Papa Leone XIV incontrerà in forma privata, alcune persone vittime di abusi nella Chiesa. Le stesse vittime saranno coinvolte nella preparazione di tale momento. Ulteriori dettagli saranno eventualmente forniti successivamente”. L’iniziativa si inserisce nel percorso di ascolto avviato dalla Chiesa francese dopo i dati del report del 2021 della Commissione indipendente, che aveva stimato in 216mila le vittime dal 1950 in poi, sollecitando un cammino di conversione ricordato a suo tempo anche da Papa Francesco di fronte a “una realtà terribile”. Il tema degli abusi toccherà direttamente anche la tappa del Santuario di Lourdes, dove si è deciso di coprire temporaneamente i mosaici firmati da Marko Rupnik, l’ex gesuita a processo canonico per le violenze nei confronti di diverse religiose. “L’obiettivo è duplice” — ha spiegato a La Vie padre Michel Daubanes, rettore del santuario — “Creare un’atmosfera di festa e, allo stesso tempo, nascondere opere ormai inseparabili dal dramma delle aggressioni sessuali commesse da Rupnik”. L’opera, già esclusa dai giochi di luce durante la processione serale, rimane al centro del discernimento avviato dal vescovo di Tarbes-Lourdes, monsignor Jean-Marc Micas, sulla possibilità di una rimozione definitiva. Parallelamente, emergono nuovi elementi sulla gestione del caso all’interno della Comunità di Loyola. Secondo quanto riportato dal portale Ovs, alcune vittime sarebbero state sollecitate a concedere il perdono all’artista in occasione del Giubileo del 2000. L’ex religiosa Fabrizia Raguso ha dichiarato a riguardo: “Durante la Pasqua del 2000, Ivanka Hosta, la superiora, ci costrinse a scrivere una lettera a Marko Rupnik in cui descrivevamo il nostro rapporto con lui e ciò che ci aveva fatto, per poi perdonarlo. La motivazione addotta da Ivanka era che, in occasione del Giubileo del 2000, dovevamo cercare la riconciliazione”. RIPRODUZIONE RISERVATA © Copyright Prima Notizia 24












